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ISOLE EOLIE: le 7 magiche sorelle . . .
Un'esperienza unica ed indimenticabile, il viaggio in traghetto, non in aliscafo, da Milazzo alle isole. Di sera in primavera potrà capitarvi, se i venti sono favorevoli, mentre siete seduti sul ponte ad ammirare il mare sotto un'immensa volta stellata, di sentire nell'aria un odore pungente di pini. Mare dinanzi a voi, stelle sulle vostre teste a miliardi, e odore di pini nell'aria, . . . è cominciato il vostro magico viaggio verso una terra di sogno. Le isole, località turistiche estive, danno il meglio di se in primavera, o in autunno. Ascolterete suoni, sentirete odori, scoprirete atmosfere sconosciute nel periodo estivo. La gente è più cordiale, non ancora stressata dal superlavoro dei mesi di luglio e agosto. Potrete godervi piacevoli gite in barca alla scoperta delle 7 sorelle e assaporare la squisita cucina locale, vivendo i ritmi e le abitudini proprie degli isolani. Da non perdere il periplo delle isole in barca, che vi permetterà di scoprire incantevoli insenature ed angoli non visibili dalla terraferma.
1° Tappa: Vulcano
- Lipari - Salina
Racconta la leggenda che Liparo, re degli Ausoni, padre di Ciane, cacciato dall'Italia trovò rifugio in un gruppo di isole antistanti la Sicilia, una ancora delle quali ne porta ancora oggi il nome.
Salina. E' raggiungibile in barca da Lipari o da Vulcano. Se volete visitarla a fondo, vi conviene pernottare sul posto. Salina ne ha per tutti i gusti. Potete fare trekking a Monte Fossa delle Felci (così chiamato per la forma che deriva da un'antica caldera ricca, sul fondo, appunto di felci), escursioni subacquee, visitare il Lago salato di Lingua (creato dalle vicine miniere di Sale, da cui deriva il nome dell'isola. Di queste miniere parla Houel nel suo diario. Giunto sull'isola la prima cosa che vide fu il muro di laterizi romani che la circondava). Non dimenticate di visitare la spiaggia di Pollara, dove è stato girato "Il Postino". Potete raggiungerla dal mare o dalla terraferma, con una bella camminata in mezzo alle rocce. La spiaggia di Pollara è una caldera, ovvero un antico cratere spento (notate la forma circolare) che è sprofondato su stesso, lasciando il posto al mare che lo ha riempito. Sono evidenti sui fianchi i segni dell'erosione marittima.
2° Tappa: Stromboli - Panarea Stromboli è famosa per il suo vulcano. Qui più che nelle altre isole potete fare del trekking. Potete salire con le guide, se le condizioni lo consentono, sino al cratere e osservare lo spettacolo dall'alto. Si raccomanda molta prudenza. O potete assistere all'eruzione e ai meravigliosi giochi di fuoco offerti da Madre Natura su una barca, al largo dell'isola. Una curiosità Stromboli era anche chiamata il "faro del Mediterraneo", per le sue eruzioni visibili giorno e notte che ne facevano un punto di riferimento per i naviganti. Panarea è famosa per essere la località turistica preferita dai vip. Potrà capitarvi di incontrarne qualcuno a passeggio per le strade. La sera, in estate soprattutto, si anima di vita grazie alla discoteca che richiama gente da tutto l'arcipelago.
3° Tappa: Alicudi - Filicudi
Come spesso accade, domenica mattina 5 ottobre 2008, ci siamo imbarcati in "un’avventura" per raggiungere le Isole Eolie. Partiti da Catania abbiamo raggiunto Milazzo in tempo per la partenza delle 9.00. Un piacevole venticello, un tiepido sole ed il mare di un azzurro così intenso fanno capolino dal porto, accogliendo le centinaia di turisti che attendono di essere imbarcate per Lipari, ma ahimè, triste scoperta, tutte le partenze sono sospese. Navi veloci, aliscafi e traghetti non partono.
C’è mare grosso, questa la risposta degli operatori… !!! Solo alcune piccole
imbarcazioni private possono prendere il largo, ma la cifra è proibitiva, quindi
aspettiamo.
Per non sprecare la mattinata (siamo con un gruppo di inglesi, e non è facile spiegare loro perché con queste splendide condizioni atmosferiche le navi non partono, causa … cattivo tempo (!?!) …, non lo capiamo bene neanche noi, ...) ne approfittiamo per visitare Milazzo. Nella sfortuna siamo fortunati. Il Castello è aperto (resterà chiuso da gennaio 2009, per lavori di restauro, fino a data da destinarsi). Ancora più fortunati perché questa mattina un'accompagnatrice, molto preparata, ci fa da guida all’interno dell’area fortificata. Il Castello sorge nella parte alta della città, sui resti della Milazzo greca. L’area è divisa in 3 parti: area antica, area greca ed area medievale. All’interno della cinta muraria si dispiega una vera e propria cittadella fortificata. In ordine di visita si comincia dalla parte più recente, procedendo, via via che ci si inoltra, verso la parte più antica rappresentata dal castello vero e proprio. La prima costruzione che si incontra è la Chiesa, l'ex Duomo di Milazzo con facciata 700esca. Davanti la soglia, per terra, sono presenti alcune pietre che rappresentano i resti di un antico tempio greco. La chiesa, oggi sconsacrata perché utilizzata da Garibaldi come ospedale militare durante la spedizione dei 1000 in Sicilia, ospita al suo interno un auditorium in cui vengono spesso realizzati dei concerti. La facciata è a due ordini, incorniciata da lesene (finte colonne decorative) con portale 700esco. L’interno è costruito sui resti di una basilica bizantina. Come tutte le chiese dell’epoca la pianta è a croce greca (con due braccia di uguale lunghezza), al centro delle quali era situato l’altare principale, proprio sotto la cupola. A destra e a sinistra altri due altari, a destra quello del SS. Salvatore, a sinistra quello dedicato a Santo Stefano, protettore della città. Nell’affresco rimasto sono riconoscibili tracce del martirio del santo. Al di sopra uno stemma con un palo sormontato da 3 corone (raffiguranti la povertà, l’obbedienza e la castità, le 3 virtù del santo). Altri altari sono visibili all'interno della chiesa, ma questo è l’unico rimasto intatto, gli altri sono stati depredati dalle pietre preziose che li adornavano. All’esterno la cinta muraria aragonese è unica nel suo genere. E' costituita da due fila di mura, tra le quali vi è un terrapieno riempito con sabbia. Quando i nemici attaccavano dal mare, i colpi di cannone oltrepassavano la prima fila di mura, ma venivano assorbiti dalla rena nel mezzo, senza riuscire a penetrare dentro la cittadella. Questo il motivo per cui il castello non fu mai espugnato. Passò di dominazione in dominazione solo per via di matrimoni, ovviamente combinati. Seguendo l’itinerario di visita ci si imbatte nei resti di un ex-monastero, che ospitava le suore di clausura. Dopo essere stato abbandonato (sono state proprio le suore le prime a trasferirsi fuori dalla cinta muraria e a popolare il nucleo urbano sottostante nel quale sorge l’attuale Milazzo) è stato adibito per qualche tempo a Municipio. Man mano che procediamo si svela l’ingresso del castello.
Sulla corte interna si aprono
numerose porte e finestre. Un tempo stanze, sono state trasformate in celle
durante il regime borbonico,
Per finire degna di nota la Sala del Camino, che ospita il più grande camino europeo del XIII secolo. Un tempo situato al centro della stanza, è stato in seguito spostato sulla parete di fondo nella quale è tuttora collocato. All’esterno una scala in pietra “percorribile a vostro rischio e pericolo” – le guide ci tengono a precisarlo - (i gradini sono scivolosi ed irregolari), conduce al terrazzo da cui si gode una splendida vista sull’intero arcipelago delle Eolie. La visita è finita. Altri ambienti e locali degni di nota sono sparsi all’interno del Castello ma, per ragioni di sicurezza, non sono visitabili. Alla fine la nostra mattinata si è risolta per il meglio. Abbiamo ammirato un luogo unico che ha attraversato i secoli mantenendo quasi inalterato il proprio fascino ed il proprio mistero, con le sue pareti in nuda roccia che raccontano duemila, e più, anni di storia, dalla dominazione greca a quella normanna, dai borboni ai fascisti, all’ultima grande e vergognosa guerra. Possiamo solo sperare che questo restauro ridoni splendore al castello, senza nulla togliere al fascino che lo accompagna perché, chissà come mai, il fine di un restauro sembra essere non tanto tutelare e valorizzare, quanto trasformare un monumento antico in un palazzo moderno. Certo la storia che ivi si è svolta non subisce mutamenti, ma è più difficile farla rivivere tra mura intonacate che non portano traccia degli eventi che vi si sono svolti, né sudore, né lacrime, né sangue di chi in questi luoghi è vissuto, ha amato ed è morto per restare fedele a ciò in cui ha creduto. (Maria Virgillito)
N.B.: anche se già specificato, mi preme ricordare che le notizie esposte sopra sono il frutto di un dettagliato resoconto fornitoci da una delle operatrici museali presenti nel castello, frutto di studi e ricerche personali. Si ringrazia per il tempo dedicatoci e la professionalità dimostrata.
Le isole Eolie – tratto dal diario di viaggio in Sicilia, Lipari e Malta di J. Houel
Jean Houel è un pittore e architetto francese. E’ già stato in Sicilia al seguito di Brydone qualche anno prima. Ha letto avidamente i resoconti di viaggio di Brydone e Von Riedsel e vuole integrare le loro relazioni. Il pittore è maggiormente attirato dalla Sicilia antica in quel ‘700 in cui, essa si trova elevata a paradigma dell’arte. I resoconti di viaggio sono letti avidamente per tutto il ‘700 e l’800. La discrepanza tra la Sicilia ideale di Winckelmann e la Sicilia reale da luogo ad ogni genere di travisamenti e fantasie. Houel rimane a lungo sull’isola per darne solo un ragguaglio superficiale, ma nonostante ciò non riesce ad esulare da alcuni cliché del tempo. Con il puntiglio del cronista documenta le grandi celebrazioni siciliane: Sant’Agata (CT), il Corpus Domini (SR), Santa Rosalia (PA), solo per citarne alcune, anche se il raccontare di Houel non reca gli incantamenti di Brydone. “Avvaloro i miei disegni con i miei scritti, e confermo i miei scritti con i disegni”. Affresca una Sicilia segnata da laceranti opposti dove la festa aiuta a pareggiare i conti con carestie e malattie. Loda le virtualità degli isolani nelle arti, anche se disapprova alcune loro scelte architettoniche. Vede realizzarsi il Mito dell’Araba Fenice nella storia di Catania, fatta di crolli e risorgenze. (Tratto da: Viaggio a Catania di J. Houel – di C. Ruta) Di seguito riportiamo alcuni brani tratti dal Diario di Viaggio di Houel (sia dall'originale francese che dalla sua versione italiana, entrambi conservati nella Biblioteca Regionale di Piazza dell’Università a Catania). I brevi spezzoni danno l’idea di un sentire settecentesco della natura, della scienza dell’epoca e di un misto di ammirazione e perplessità per un modo di vivere semplice e superstizioso, genuino ed ingenuo al tempo stesso.
« Le Isole di Lipari sono in numero di dieci, gli altri non sono che scogli inabitabili. Queste isole sono : Lipari, propriamente detta, la più grande; Vulcano, deserta, ma che si potrebbe abitare; Salina, popolata; Filicudi e Alicudi, nella stessa direzione, entrambe abitate; Panarea e Stromboli abitate. Le altre sono deserte: Basiluzzo (un tempo abitata),Dattilo (che si potrebbe abitare) e Liscabianca. I Formicoli sono piccoli scogli vicino Liscabianca e Liscanera che escono dall’acqua a seconda del mare ». Secondo Houel è evidente che: « Panarea, Basiluzzo, Dattilo, Liscanera Liscabianca e Formicole hanno un tempo formato una sola isola. A suffraggio di tale ipotesi la scarsa profondità delle acque, e le bolle d’aria che salgono dal fondo ad indicare la presenza di un vulcano sottomarino ». « La maggior parte dell’isola sembra fatta di granito e chi non lo sapesse potrebbe trarsi in inganno e credere che il granito è di natura vulcanica » (Studi successivi dimostrano che il granito è effettivamente una roccia vulcanica di tipo intrusivo, ottenuta cioè per lento raffreddamento del magma all’interno della terra). « Ho
assistito a due processioni mentre ero a Lipari per ottenere la pioggia. Prima
dei bambini che si flaggellavano, sembrava più che giocassero, seguiti da preti
che cantavano litanie, poi dal popolo. A questa qualche giorno dopo ne seguì
un’altra con molta più enfasi. La gente si flaggellava con piccole catenelle
tanto che il sangue scendeva giù a bagnare la terra. Non cadde una goccia
d’acqua, ma le vigne e le piantagioni erano superbe, cariche di frutti grazie
alla fertilità del suolo e alla rugiada abbondante che suppliva alla mancanza di
pioggia ». (tratto da : Houel in Sicilia – di G.
Macchia, L. Sciascia, G. Vallet)
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WebMaster Virgillito Maria.
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